passato_cose scritte altrove_che trovano spazio qui

domenica, 12 novembre 2006

… dolce dolce, chiude gli occhi, tira su col naso, e si addormenta…

sono stanca, non ho più risorse, non c’è spazio. non mi basta il suo sonno, non mi basta il tempo del suo nido. bisogno di vuoto, temporaneo vuoto, per sciogliere le trecce alle idee, per lasciarle fluire, perchè chiuse così nel vaso di pandora della mia testa, tutto è confuso, tutto difficile, ho bisogno di spazio, fisico e mentale. nessuna tragedia all’orizzonte, nessuna impellenza terribile, probabilmente è proprio questo a sfiancarmi, la mia quotidianità, normale, faticosa, piacevole in certe cose piccole e preziose. sospesa. così.

martedì, 06 febbraio 2007

Ho pensato più volte, che se non fossi stata la mamma di Pietro, nel periodo in cui ero depressa, forse mi sarei uccisa. Non che dovessi vivere per lui, ma che proprio non mi era permesso di morire. L’ho pensato anche quando sono salita su una moto la prima volta dopo il mio primo parto… non posso andare forte, se muoio non è più un problema solo mio… la responsabilità… la depressione non è venuta dopo il parto, e col parto non c’entrava… all’improvviso mi sono spenta, si è fatta la bruma intorno a me, e non dopo un periodo qualsiasi, ma dopo il mio primo periodo maniacale ( per chi non ha mai provato è un po’ come ci si immagina il farsi di cocaina_cosa che io mi immagino invece come il periodo maniacale, per chi non ha fatto nessuna delle due esperienze è come essere innamorati e ubriachi insieme: si è super lucidi, si pensa velocissimo, non si dorme più_non se ne sente il bisogno, si è aggressivi e spendaccioni, si hanno delle manie di grandezza e sbalzi di umore molto forti_effettivamente con l’amore e l’alcol questo stato non ha nulla in comune, se non che prima ci si sente da dio, e quando finisce si sta da schifo), beh, all’improvviso, dopo un periodo eccitante e pieno di successi, l’energia è finita. E mi sono persa il senso, il colore delle cose. Desideravo solo che il mio corpo come un’enorme gomma strusciando sull’asfalto si consumasse, desideravo solo non esserci…perché, cosa c’è di peggio di qualcuno senza un problema reale che è infelice da star male? Non si trovano i motivi, nessuno capisce…forza, dai, la tristezza come arriva passa, forse sono le vacanze, appena ti rimetti in pista…vedrai…non ho visto un bel niente, per mesi… la prima a non capire ero io, ma ero paralizzata, dall’ansia, dalla paura, da un dolore sordo e persistente, stavo male e mi odiavo per questo, mi odiavo mi odiavo mi odiavo…ma non volevo in realtà parlare della MIA depressione (eh già, esisti solo tu, e il fatto che il mondo sia in guerra e muoia di fame non ti consola per nulla!), ma del rapporto della depressione con la maternità_la mamma è stanca, tanto stanca_oggi non si alza dal letto_no non ce la faccio tesoro a venire a prenderti, viene la nonnabis_allora sono anche una madre inetta, neppure questo riesco a fare, neppure la mamma…i sensi di colpa mi sono venuti dopo, quando, lentamente, molto lentamente mi sono sentita meglio_Pietro era stupendo e bravissimo_ecco ha introiettato e negato il suo malessere, ora sembra un bambino meraviglioso, ma è troppo perfetto, diventerà un serial killer…l’illuminazione l’ho avuta parlando con le sue maestre dell’asilo (che stimo e per cui provo un po’ di nostalgia) spiegavo loro che soffrivo all’idea che Pietro avesse visto sgretolarsi l’integrità della sua mamma così presto, che io mi ero resa conto che i miei non erano supereroi e santi che a tredici anni…beh, mi hanno fatto notare, che effettivamente, né io né i miei siamo non solo pochissimo supereroi, ma neanche un po’ santi…e che forse era meglio che Pietro avesse a che fare con la mia umanità…e che neanche lui era poi così perfetto (anche se sensibile e speciale)_è quasi mezzanotte, e la mamma umana deve andare a dormire… ma guardandomi indietro, sono proprio contenta che il periodo della depressione abbia avuto un inizio e una fine, e che adesso  cerco di essere, più che una mamma perfetta e integra, una mamma sufficientemente brava.

ps: per guarire dalla depressione ho preso farmaci e sono andata dallo psicologo, ma come mi ricordo che il periodo down è cominciato dopo l’ultimo esame che ho dato (ricordo la data_4 luglio 2002) fisso la definitiva fine di quel periodo che non è stato solo orribile e doloroso, è stata la mia vita, ma difficile, con la nascita di Nico il 24 luglio 2005 (che per come è andata, è stata l’inizio di un nuovo capitolo faticoso ma più sereno).

L’urlo

I primi tre, sei mesi della vita di un bambino. Lui, piano piano cerca di dare un nome alle cose, chi si occupa di lui cerca di decifrare questo misterioso e variabile linguaggio. prima che appunto si trasformi in comunicazione, il pianto del bambino è una cosa unica: l’urlo. che può voler dire (in ordine di tentativi): ho fame, ho mal di pancia, sono sporco, sono stanco, sono annoiato, tu non mi guardi, la zia non mi piace, ho freddo, ho caldo, c’ho un disagio, ma non l’ho catalogato ancora, salvami! e se il piccolino, definisce sempre più chiaramente questi stati, la madre prima di decifrarli (o di provarci) ci mette un po’. e allora c’è un’unica cosa che riempie la sua vita di vivo terrore: l’urlo. Perchè si fa di tutto per evitarlo, per anticiparlo, si allatta a richiesta, si cambia ogni ora, si cerca di creare dei riti, delle abitudini rassicuranti, ma nonostante questo… il pianto dei bambini ti sega i nervi, il pianto disperato, prepotente, richiedente, prolungato, senza sosta è il modo che la natura ha scelto per rendere impossibile non curarsi di quell’alieno che è uscito dalla tua pancia e che tu sai che tu dovresti semplicemente amare. ma sei impotente. le hai provate tutte. hai camminato con lui in braccio, sussurrato nenie, pianto, urlato anche tu, fatto le boccacce, l’hai cambiato tre volte di fila da capo a piedi, fatto troppo, troppo poco. non basta, non serve, non sai cosa fare, non vi capite e quest’attimo, quest’istante non finirà mai,non finirà mai, è notte e non verrà un giorno nuovo, o tu o lui, o forse nessuno dei due…ecco.

stai lontana dalla finestra, lontana.

sei sola, sola, sola. in questo appartamento con muri che sembrano fossati invalicabili, come sei conciata non puoi uscire, e poi tu non vuoi uscire, ma forse lui sì, ma tu vorresti dormire, o farti la doccia, o smettere di allattare, almeno un secondo, e fa caldo e la finestra è aperta. e tu non fai quel pensiero, ma lo senti, senti di nuovo quel: o lui o me. io non ce la faccio. io non ce la farò mai. poi torni lucida in un momento, chiudi la finestra, ti allontani, ti siedi.

e poi lui si addormenta, o ride, o squilla il telfono. e l’istante infinito finisce.

ma ti resta il sospetto di quel pensiero mostruoso, di quella che è una evidente negazione della possibilità di essere una buona madre, tu lo odiavi quell’esserino che stai sbaciucchiando, tu te ne volevi disfare, volevi solo che finisse lo strazio.

tutto questo lo pensi da sola, nella tua bella casetta. dove nessuno si preoccupa di quello che provoca il pianto del bambino, perchè se non sei sola è diverso, lo stesso non si trovano soluzioni, ma non ti parte la vena di follia.

poi, perchè ammettiamolo, non hai nessun pudore, ti capita di parlarne con altre mamme, e se sono sincere ti dicono che quella sensazione la hanno sfiorata anche loro, che anche loro hanno chiuso la finestra, e che per un po’ con in braccio un bambino urlante non ci si avvicineranno. e non sei più un mostro, sei solo normale.

perchè è normale non poterne più, ed è normale fermarsi. occhei, non lo so se tutte hanno solo desiderato che il bambino sparisse, ma so che nel caso si sia pensato è molto meglio ammetterlo, e parlarne con qualcuno. l’importante è non agire il pensiero. e non essere sole. perchè siamo animali sociali, e la tribù ci manca, e tutti ci hanno accudito per nove mesi, e poi, nato il bambino si sono dileguati, e prendersi cura di lui, e prendersi cura (almeno un pochino) di te stessa diventano priorità inconciliabili. e poi c’è ‘sto mito della maternità fatto tutto di amore e nuvolette rosa, e camerette linde, e tu non sei così, tu sei latte sulle magliette, capelli sporchi e l’urlo. e questa non era l’idea che ti eri fatta, e sei delusa dall’idea e da te stessa.

e poi, così d’un tratto lo guardi mentre ciuccia e lo ami, e sai che la finestra la puoi anche riaprire.

e, a un certo punto, passa del tempo, e miracolosamente vi capite.

a quel punto spuntano i denti.

volevo parlare della solitudine delle donne in città, volevo parlare del buio speciale dei primi mesi, perchè quando poi si ha dato un nome alle cose, davvero sono meno spaventose (sia per i piccolini, che sanno che se hanno fame, gli sarà dato e non moriranno, sia per i genitori, che imparano che prima o poi il pianto finisce). ma quello che mi spaventa socialmente è la solitudine sommata a una depressione post parto non banale e magari qualche altro problema psicologico. con un po’ di semplice presenza si potrebbero magari evitare le tragedie (forse sono solo una superficiale semplicistica, e non mi rendo conto.) ma se non le tragedie, almeno quel senso di inadeguatezza, rispetto ad un immagine della maternità patinata e irreale che ci viene propinata.

cosa ne pensate?

lunedì, 11 dicembre 2006

cosa faccio nel giorno contro la violenza contro le donne?incontro altre donne, di sabato mattina,una volta al mese, rubando il tempo…
cosa ci proponiamo di fare? per prima cosa desideriamo continuare a vederci,
perchè siamo “nate” l’anno scorso, il primo anno di vita dei nostri figli, ci
siamo viste ogni settimana il venerdì mattina per due ore, e ci siamo
confronatate e sentite meno sole, in quel percorso ad ostacoli, fatto di
notti in bianco e tanta fatica, e tanta soddisfazione e smarrimento, solitudine e
felicità. Durante questo percorso siamo state accompagnate da donne, le
stesse meravigliose, che hanno fatto partorire alcune di noi in casa, e me in una
vasca gialla, accogliente come un tuorlo d’uovo. Dopo un anno, questo gruppo
in modo naturale si conclude, c’è il lavoro sempre più incalzante, e anche i
bimbi sono cambiati, cresciuti, e hanno bisogno di tempi e modi e spazi
diversi, e anche noi siamo cambiate e scopriamo, che proprio non vogliamo
perderci, vogliamo continuare a vederci, ma con un senso nuovo, che nasce dal
primigenio, ne è continuamento, ma anche evoluzione. così non solo non ci
perdiamo di vista, ma stringiamo i legami di questa che è un’affinità, che
comprende l’amicizia, ma è anche comunità di intenti, un sentire comune, una
visione del mondo, che non è affatto unica, anzi, ma compatibile. Poi si
definisce un bisogno, un bisogno forte di trovare un modo per governare le
tre polarità che siamo chiamate a gestire: il femminile, i nostri affetti e la
nostra realizzazione personale, che poi dall’ideale al reale si tramutano
nel: come faccio con solo ventiquattr’ore a essere una donna, una madre, un’amante
e una lavoratrice appagata? ovviamente la gestione della casa è sottointesa, ma
nello spazio/tempo non viene assolutamente meno… Così noi giocoliere di
patate bollenti, con tutte queste componenti, variabili per intensità ed
interesse, cerchiamo un equilibrio e un senso in quello che facciamo, senza
modelli di successo ancora trovati, tutto ancora da scoprire, da inventare,
in una ricetta unica, comunque personale. ecco cosa si può fare per le donne,
dalle donne, ci si può riunire e creativamente confrontarsi, e riconoscere la
complessità, ma anche solo trovare conforto nel riconoscere un problema come
comune. forse non è una rivoluzione, ma un primo passo praticabile, cosa ne
verrà fuori ancora non so, mi do nove mesi, poi magari vi racconto…
una delle Acrobate

venerdì, 01 dicembre 2006

ieri sera è stata una bella sera.
e stamattina, dopo due giorni di pausa tetta, ho guardato Nico, e ho pensato, cià che facciamo l’ultima tetta, con data, 1 dicembre 2006, mi piace ricordarmi le cose. Non è una roba rigida… lascerò sfumare, e se ne avremo voglia faremo un ripresino, ma secondo me siamo pronti. non lasceremo il vuoto, al posto della tetta ci sarà qualcos’altro, un segreto fra noi.

vi sento vicine vicine a.

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