Archivio per la categoria 'bambini'

Primo giorno di vacanza

N. ha la varicella.
e a me viene da piangere.

per la scuola pubblica – non è ancora finita!

So che la sensazione è che ormai, dato che il decreto Gelmini è stato tramutato in legge, non ci sia più nulla da fare.
L’altra sera G. ha partecipato a una riunione dei genitori e insegnanti PRO SCUOLA PUBBLICA ed è emerso che in realtà mancano ancora i regolamenti attuativi, che poi sono quelli che andranno veramente a definire come sarà organizzata la scuola dopo la riforma. Questi regolamenti non sono stati ancora emanati perché gli stessi parlamentari sono divisi, perché la pressione dei genitori delle scuole ha un peso, perché pezzi grossi della politica – probabilmente per ragioni di consenso – non vogliono avallare provvedimenti impopolari. Uno per tutti è Formigoni, che ha dichiarato pubblicamente che il tempo pieno non si tocca.

Oggi ha molta importanza partecipare alla manifestazione delle scuole milanesi. Se qualcuno ha trovato giusto esserci la scorsa volta in largo la Foppa ha senso che venga anche oggi pomeriggio.

L’appuntamento è  in tre punti diversi della città.

Noi partiamo alle 14.30 da piazza Lima.

Venite anche voi?

P.S.qui c’è il link a rete scuole con più dettagli sulla manifestazione: http://www.retescuole.net/

ban29

una sera, al Bar Linetta

Ci sono sensazioni segrete, che non si possono dire.
Certe sere, in cui si sta seduti vicino a una stufa, intorno a un tavolo, si ciaccola, e poi si sta zitti. Si coccolano i bambini mentre si discute di politica o si spettegola. Eppoi c’è un istante, in cui ci si sorride, e si sta lì e si fanno pensieri dai contorni confusi, perchè il caldo, la stanchezza e una discreta quantità d’alcol rendono molli le gambe e anche le percezioni. Eppure si è lì, proprio lì. Senza pruriti, immersi nello stare bene, i pensieri lontani e quei sorrisi e quel caldo al cuore, che ci si vorrebbe toccare, e toccare gli altri per una conferma, perchè la sospensione è un momento, e c’è anche una specie di leggerezza e un briciolo di incredulità nel sentire così forte e così chiaro anche se indefinito, come uno spiffero di felicità.

video del presidio di L.go La Foppa

beh, ho una testimoniannza: io c’ero!

http://www.c6.tv/component/library?task=view&id=1977

E’ semplice smontare una scuola che funziona di Clotilde Pontecorvo

Ringrazio Shalom che mi ha chiesto un contributo sulla famigerata riforma di settembre del Ministro Maria Stella Gelmini, la quale colpisce e ferisce la funzionalità della scuola primaria, che è, insieme alla scuola dell’infanzia, uno dei migliori segmenti del nostro sistema scolastico, con molte punte di eccellenza, tanto che gli allievi italiani di quarta primaria risultano i migliori in Europa, secondo i più recenti studi comparativi internazionali. Ma non sembra affatto che la motivazione del Ministro sia stata quella di migliorare la scuola primaria. Gli interventi sono motivati essenzialmente da ragioni finanziarie: togliendo ad una buona scuola, che è quella che pone le basi cognitive, emotive e sociali della partecipazione attiva e consapevole alla vita associata, le risorse umane e organizzative che le consentono di bene operare.
Leggendo le due paginette del Decreto n.137 con cui il Ministro scombussola l’attuale funzionamento della scuola primaria, con un metodo del tutto autocratico, senza porsi alcun problema di consultazione di associazioni professionali o di possibili esperti, si resta a dir poco sconcertati, senza che ci sia alcun riferimento a presunte difficoltà o disagi e senza nessun argomento educativo. Il riferimento è solo alla finanziaria, come se la scuola assorbisse una grande parte del PIL (che, di fatto, era del 3% nel 1997 ed è diventato del 2,8 nel 2007). L’analisi che ne ha fatto Berselli nell’Espresso del 25 scorso è azzeccata: nei provvedimenti della Gelmini c’è l’idea berlusconiana che i problemi complessi si affrontano con delle operazioni di grande semplificazione, con in più la patina del “ritorno al buon tempo antico”, che alletta molto il buon senso dei reazionari. Il ritorno all’ordine e alle buone maniere sarebbe garantito dal recupero del grembiule, che in alcune scuole peraltro non è mai stato lasciato come scelta della comunità scolastica, ma che come ha scritto giustamente il grande ex-maestro Mario Lodi (sull’Unità del 28 agosto) il grembiule può anche far pensare che i bambini di una certa classe siano tutti eguali, mentre sono tutti e sempre molto diversi. Ed è di questa diversità che la scuola si deve fare carico e che è senza dubbio uno dei punti di forza della nostra attuale scuola primaria: la quale è una scuola accogliente, che ha consentito una buona integrazione degli allievi disabili, con la presenza dell’insegnante di sostegno e la riduzione del numero degli alunni per classe laddove è presente un allievo portatore di una disabilità certificata. Ma il problema nuovo, di cui il Ministro Gelmini sembra del tutto inconsapevole, è il grande numero di studenti di lingua e di cultura diversa da quella italiana che sono oggi presenti nella scuola, in particolare nella scuola di base. E che soprattutto nella scuola dell’infanzia prima e poi nella scuola primaria, possono trovare lo spazio comunicativo e il tempo per poter padroneggiare la nostra lingua e la nostra cultura, in cui la presenza di più figure di insegnanti è fondamentale per consentire un dialogo ravvicinato.
Dal punto di vista del metodo, colpisce il fatto che si sia voluto introdurre con Decreto Legge delle “disposizioni urgenti” in materia di istruzione, per impedire qualsiasi possibilità di dibattito parlamentare, mascherandolo nell’incipit con la “straordinaria necessità di attivare percorsi di istruzione di insegnamenti relativi alla cultura della legalità ed al rispetto dei principi costituzionali” come se non esistesse fin dal 1960 l’insegnamento dell’educazione civica in tutto il sistema scolastico, che semmai poteva essere solo richiamato in forma diversa. A ciò si aggiunge la ripresa del voto di condotta, come strumento di repressione di comportamenti inadeguati.
La distanza dell’attuale Ministro da qualsiasi problematica formativa è dimostrata da questa ingenuità, che trascura del tutto il ruolo della relazione educativa come mezzo essenziale per la costruzione della personalità sociale e civile dello studente.
Sembra che il nostro attuale Ministro sia del tutto insensibile a qualsiasi elaborazione culturale di tipo educativo: non solo non ha forse mai letto “Poema pedagogico” di Makarenko, ma nemmeno “Democrazia e educazione” di John Dewey, e ignora completamente i contributi di Mario Lodi, Bruno Ciari, Don Milani o Maria Luisa Bigiaretti, o del più recente “Mestiere di maestro” di Marco Rossi Doria e dell’esperienza dei “maestri di strada” e del progetto Chance di Napoli.
Per non dire poi della reintroduzione del voto in decimi, come “certificazione delle competenze”, che è invece una pura illusione numerica, perché, come ha scritto Benedetto Vertecchi, le valutazioni si possono esprimere in tanti modi (aggettivi, lettere, o sequenze di numeri diversi) ma corrispondono comunque sempre a un giudizio comparativo, e non hanno nulla a che fare con una misurazione quantitativa precisa. L’espressione decimale dà un’illusione di precisione, ma forse serve a rassicurare genitori e nonni che si ritorna alla loro “vecchia” scuola. Di fatto il giudizio degli insegnanti corrisponde a una possibile graduatoria che colloca i singoli allievi in rapporto agli altri. E questo spiega anche l’impossibilità di confrontare seriamente voti assegnati da insegnanti diversi, in particolare se collocati in contesti educativi diversi. La reintroduzione dei decimi serve a far credere che si stia effettivamente misurando qualcosa di molto preciso (negando tutta la riflessione docimologica). La cosa ancora più grave è che non si passa alla classe successiva (nella scuola primaria e media) se si ha una insufficienza anche in una sola disciplina. E siccome non ci sono esami di riparazione nella scuola dai 6 ai14 anni, l’unica soluzione (si fa per dire) è quella della bocciatura. Una possibilità non troppo peregrina, proprio per i diversi, per i bambini e ragazzi, che vengono da famiglie culturalmente svantaggiate, in particolare per quelli provenienti da altre culture linguistiche: che magari, se indiani o cinesi, sono brillanti in matematica, ma possono avere temporanee difficoltà nell’italiano scritto. E si capisce che il “giudizio analitico sul livello globale di maturazione raggiunto dall’alunno” (che è pure citato nel Decreto n.137, art.3, comma1) è pura retorica rispetto al dettato dello stesso art.3, al comma 3.
Verrebbe la voglia di consigliare al Ministro di leggere la “Lettera ad una professoressa” di Don Lorenzo Milani, per capire come può essere una scuola che promuove, cioè che fa crescere le persone entro un contesto culturale definito dalla tradizione storico-letteraria, artistico-musicale e scientifica e dalle prospettive tecnologiche più attuali.
L’aspetto del Decreto Gelmini che ha più colpito l’opinione pubblica è quella della drastica riduzione dell’orario della scuola primaria a ventiquattro ore settimanali, con relativo “maestro unico” (nei media, declinato al maschile, non considerando che i maschi sono solo il 5% degli insegnanti). Si ritorna al docente tuttologo, che la legge del 1985 avevo reso plurimo e specializzato. Qui posso riportare la mia testimonianza diretta, di chi ha fatto parte della Commissione Fassino di allora, numerosa e composita, con pedagogisti, psicologi, ma con molti esperti disciplinari (matematici, linguisti, storici, esperti di lingue straniere, di arte, di musica e movimento). Lo scopo primario unificante era, in primo luogo, per noi quello di dare una nuova base culturale alla scuola primaria che, ancora nel 1982, era rimasta alla definizione fascista del 1928: “il fondamento e il coronamento dell’istruzione elementare è la religione cristiana nella forma della tradizione cattolica”. Il secondo scopo è stato quello di realizzare un sostanziale allargamento dell’alfabetizzazione culturale, offerta al livello primario. Una motivazione profonda era quello di creare un maggior nesso di continuità tra la scuola primaria e la scuola media, dopo l’istituzione della scuola media unica, anche perché ancora più del 10% degli allievi venivano bocciati in prima media. Lo sforzo collettivo dei commissari è stato quello di offrire una più ampia gamma di sollecitazione culturale a tutti i bambini e le bambine della scuola primaria, non solo introducendo nel curricoli nuovi ambiti disciplinari, quali l’immagine e l’espressione, la musica e il movimento, la lingua straniera, ma anche e soprattutto, per allungare i tempi della scuola per tutti, prevedendo tre insegnanti su due classi, ma anche limitandone il numero quando la scuola aveva dimensioni ridotte. La presenza di più insegnanti è stata determinata dall’esigenza di avere insegnanti meglio specializzati in uno o più ambiti disciplinari, che solo in minima misura hanno poche ore di compresenza in una stessa classe, per consentire la realizzazione di lavori di gruppo o il rapporto individualizzato tra una docente e uno o due allievi. Come ci hanno fatto capire le insegnanti in questo periodo, in articoli, interviste, incontri pubblici, lo scambio tra le docenti in riferimento a un singolo allievo, soprattutto se problematico per qualche aspetto educativo (sociale emotivo o cognitivo), è di grande aiuto per gli adulti ma anche per i bambini, che non solo possono riuscire in un ambito meglio che in un altro, ma che soprattutto riescono a stabilire una relazione educativa con una docente meglio che con un’altra.
Questo è un valore e una grande ricchezza dell’attuale scuola primaria, che può porre le basi solide per lo sviluppo successivo, sociale e accademico, di tutti i bambini e le bambine, il cui destino si gioca proprio nei primi anni di scuola, in termini sia di capacità sia di motivazione, in quella fase, che include anche la scuola dell’infanzia, in cui serve una particolare attenzione per lo sviluppo dell’autonomia e della libertà di pensiero.
Clotilde Pontecorvo
Professore di Psicologia dell’Educazione, Università di Roma

difficile scrivere

bambini svegli nel mio letto,
fuori una notte stellata a milano
e la balera che suona
scrivere non è facile
per niente
eppure
eppure è così bello che vale la pena di dirlo
sono così spesso catastrofica
che quando sto bene
mi vien voglia di gridarlo
domani mi aspetta l’acquatica
se il tempo non è brutto
e il meteo è vago
eppoi correre da G.
e scrivere in treno
con un po’ più di pace
senza una manina che pizzica le chiappe
ma che è così carina
che spengo la luce
e il pc
e me la strapazzo un po’
‘notte a.

vasco e lacrime

in realtà lo so che dovrei andare a letto.
ma piango- ascolto vasco – ho appena finito di lavorare a causa della mia connessione disponibile solo nelle ore serali. mi sa che mi è pure tornata fame. è che sono inceppata. mi rendo conto che non mi piace come mi comporto. ma non riesco a tornare indietro. sono troppo arrabbiata. sempre. in modo maledettamente noioso. non ne posso più. sono invischiata nei miei pessimi umori. so che bisogna smetterla. o almeno provarci. deviare. seppur leggermente. eppoi piano piano uscirne. snodare sto groppone. ma non ho davvero niente di meglio da fare? è che mi schiaccia e mi impedisce di godere delle piccole gradi cose che mi accadono. P. che fa il salto mortale sui tappeti elastici o N. che dichiara che se P. ha la chiesetta del paese intitolata al suo San P. allora la sua chiesa è il Bar Linetta. mia sorella che è carina con me. amici affettuosi intorno… le cose belle ci sono. chissà dove sono io….

la fatica dei desideri

lo ammetto sono pigra. mi affatica quasi tutto. non amo sudare, correre e fare sport. mi piace gareggiare solo se ho qualche reale possibiltà di vincere, nelle attività ginniche è una possibiltà remotissima per me. amo la razionalizzazione e le procedure che rendono i percorsi più brevi e intelligenti. amo i comandi veloci e mi sforzo di trovarli e impararli, perchè mi dà soddisfazione risparmiare tempo e un click. mi piace trovare la strada più corta. non è sempre la migliore, ma il fatto di sapere qual’è mi rassicura e mi conforta. è come avere una buona via di fuga.
ora mi trovo in una situazione che molti anelano per tutto l’anno. vacanza. che ha la stessa radice di vacante, cioè vuoto, mancate. nella mia vacanza il vuoto non c’è. né l’ozio. né il sonno. o meglio un pochino sì, ma proprio pochino. e io sono stanca. ma non ho prospettive. non ho desideri. faccio troppa fatica. anche solo a pensarci. non voglio far niente. non voglio andar da nessuna parte. vorrei che ci andassero i miei amatissimi altri, per un po’, senza chiedere niente. mi lasciassero sola. inattiva e immobile. dormire. poi leggere, semmai scrivere un po’. camminare poco. stare e basta. senza domande e richieste. senza cucinare. parlare. per un po’. ecco cosa vorrei.
son bastati dieci minuti. e la fatica del deiderio è stata risolta. devo dire che ne è valsa la pena. ora so cosa chiederò di fare quando C.- diolabenedica! – si terrà i bambini qualche giorno.

pensando ai miei figli

I., con la sua voce strascicata e aristocratica, dice spesso che sono una buona madre, che sono così brava con i miei bambini…
Quando lo dice, abbasso gli occhi, e sorrido interiormente. Mi fa sempre molto piacere. Un piacere che sa di riconoscimento, di fatica, di condivisione femmile. Non so dire sinceramente se I. sia stata una buona madre. Suo figlio mi sembra un narcisista autocentrato, discretamente infelice; ma magari non è colpa di I…
Penso raramente al fatto che sono diventata madre a 20 anni. È stato determinante l’incontro con G. È stata una scelta incosciente, ma molto determinata. Devo dire che ne vado fiera. Quando guardo P., beh quando lo guardo mi sorprendo di ciò cui sono stata in grado di dare un inizio. P. è oggettivamente bellissimo. Ha un’intelligenza veloce e acuta. È curioso e decisamente ossessivo. Ha un umore variabile come il tempo valsesiano, capace di cieli tersi e di burrasche violentissime e impovvise. P. è sensibile e si ferisce facilmente, vuole essere bravo e primo in tutto quello che fa. Dato che alcune cose gli vengono facili, si stupisce quando invece deve fare fatica, e diciamocelo, tende a non accettarlo. P. è bravissimo ad inserirsi nei gruppi, e non ha paura ad avvicinarsi anche a bambini più grandi che giocano a pallone. sta a bordo campo e li osserva partecipe, dopo un po’ recupera un pallone scappato, poco dopo chiede con nonchalance se può giocare anche lui… sospetto che quando non lo vedo sia un capetto dispotico e un po’ crudele, ma non ne sono sicura, ed è una supposizione ingiusta.
P. è curioso e ha una logica stringente. Gli hanno insegnato al nido che è un animale sociale, che le regole si rispettano, ma che si possono anche discutere, che si possono cambiare. Di questa possibilità lui ha fatto un suo personale primo comandamento. Lui le regole le contesta per principio, sempre, contratta in modo feroce, non ti lascia scampo. Spesso io e P. ci scotriamo furiosamente. Mi rendo conto di volerlo dominare. Di voler aver ragione per principio… spesso ha ragione lui, e mi sfianca, mi mette al muro e mi lascia esausta, cazzo ha solo 9 anni! come farò nella sua adolescenza? P. ama dormire fuori casa, andare dagli amici e avere ospiti in giro. È indipendente e vuole andare a scuola da solo. Ogni tanto, a bruciapelo, me lo chiede. Io cerco di nicchiare, non sono ancora sicura… e lui allora comincia con la sua solfa da sindacalista: non è giusto! e io. io sono stanca. e non sempre ce la faccio. Ha bisogno di essere visto, di attenzione e ascolto, e quella teppa di suo fratello gliene ruba un bel po’. N. è bello come un bonzo, ma non oggettivamente. Ha tre anni ed è fatto di burro. Sprizza simpatia e attira le coccole. È tosto e già più bravo di suo fratello a calcio. È un mammone, credo sia colpa mia. Siamo ancora molto, troppo innamorati. E P. si sente escluso. Lo capisco. Perchè evidentemente non sono brava a fargli sentire quanto intensamente e continuamente lo amo. Lui è il primo. Questo non potrà cambiare mai. Il fatto che non è più l’unico è una realtà, non poi così terribile, se l’amore non si divide, ma si moltiplica.speriamo che il mio postulato sia vero.

parecchie cosette

mi sono detta, è presto, non c’è niente in tv, sono stravolta, vado a dormire, leggo un po’ e poi dormo.
e invece c’era la cucina da fare, e sono passata davanti al computer e la tentazione di scrivere sul divano, in silenzio, con fuori la pioggia che scroscia mi ha attirata nella sua dimensione intimisticoromantica.
nella mia testolina frullano parecchie ideuzze e una lista molto consistente di cose che dovrei/vorrei fare.
ho in mente cambiamenti esistenziali, evoluzioni aziendali plurime, piccoli progetti da non buttare via con l’acqua sporca, associazioni di donne piene di virtù e casini, relazioni con figli preadolescenti bellissimi e furiosi, risvegli notturni costanti di frugoletti che sanno di buono (ed è ciò che li salva dall’abbandono in autostrada), amicizie vecchie e nuove che vanno coltivate, incontrate, parlate, pensate, un amore devastante e tormentato, che mi tiene viva ma mi strazia (e cosa voglio di più dalla vita?).
mazza se è difficile. eppure, è bello. e pieno di possibilità. certo, l’energia sembra sfuggire attraverso il colapasta. l’umore ha spesso sbalzi paurosi. io continuo a non sentirmi mai all’altezza, e mi sa che piano piano ho convinto anche le persone che mi stanno intorno con ‘sto mantra. non so cosa ci sia di così intensamente bello da non riuscire a definire.
sono quasi sicura che si tratta di una cosa piccola. una cosa che sta nel centro. che pulsa senza fretta. che è stabile e non mi molla. viva. sono viva. e dentro a me stessa. per degli istanti. mica sempre. ma ogni tanto, così senza che neanche riesca a capirne la causa, senza controllo, sono io. e me la godo. un po’ come adesso.

 

 

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